L’analisi del Centro Studi Cna fa emergere
come vi sia in Italia, rispetto ad altri Paesi europei, una grossa differenza
tra costo del lavoro pagato dalle imprese e quanto entra nelle tasche dei
dipendenti: il cuneo fiscale italiano è il quinto più alto tra i Paesi Ocse. In
realtà il cuneo fiscale italiano, pur molto alto (il 48,9%, del costo del
lavoro totale), è molto simile per entità a quelli di Francia (48,5%) e
Germania (49,4%), nei quali però il reddito netto da lavoro dipendente supera
il livello italiano rispettivamente di 28,5 e 38,4 punti percentuali. Il costo
del lavoro complessivo in Italia nel 2015 è 40.562 euro, il cuneo fiscale
19.860 euro, il reddito da lavoro netto è 20.702 euro. In Germania il costo del lavoro tocca i
56.133 euro, il cuneo fiscale i 27.749 euro, il reddito netto è 28.383 euro. In
Francia il costo del lavoro raggiunge i 52.104 euro, il cuneo fiscale i 25.248
euro e il reddito netto è 26.856 euro.
“Il
vero gap di competitività, che rende così poco corpose le buste paga dei lavoratori
dipendenti” evidenzia il Centro Studi CNA “è da ricercare nella produttività che, rimasta al palo in Italia dal
2000 a oggi (+0,4% l’aumento cumulato nel periodo considerato), è aumentata del
15,5% in Germania e dell’14,0% in Francia questo divario determina lo scontento
nel mondo del lavoro da entrambe le parti. Gli imprenditori ritengono elevato
il costo del lavoro e i dipendenti non trovano ben ripagato il loro impegno in
busta paga. È necessario cambiare rotta altrimenti, non riusciremo a metterci
al passo di Paesi che da sempre prendiamo come modello ma che di fatto
applicano politiche economiche differenti. Un ragionamento che vale per tutte
le regioni italiane. La produttività delle imprese può essere stimolata dagli
investimenti degli enti pubblici che creano occasioni di lavoro sul territorio.
Le contribuzioni, invece, non sempre creano vera ricaduta economica: sono aiuti
temporanei alle aziende ma non determinano un cambio di passo nella produttività.
Quest’ultima è legata all’innovazione, la quale però diventa insufficiente se
poggia sulle sabbie mobili di un sistema economico, culturale e amministrativo
che, complessivamente, rema contro”.
In tal senso, i rilievi mossi lunedì dalla
Corte dei Conti sui Rendiconti 2015 della Regione Trentino Alto Adige e delle
Province autonome sono significativi. Alcuni capitoli non sono stati
parificati, tra cui l’applicazione della legge del 2012 della Regione, sulla
base della quale vengono devoluti alle Province autonome più di 500 milioni di
euro con una sorta di prestito, destinato allo sviluppo tramite contributi a
privati ed imprese. Su questo punto la corte ha rilevato che si tratta di una
violazione dell'articolo 119 della Costituzione, secondo la quale la pubblica
amministrazione può indebitarsi soltanto per investimenti, ad esempio per
realizzare infrastrutture e non per spese correnti. I rilievi della Corte dei
Conti mostrano che la gestione della spesa pubblica non è ancora ottimale.
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