Per gli Autotrasportatori, come 'altra parte per tutti gli imprenditori, l'unica strada percorribile è quella di pagare meno tasse. Il futuro del continente dopo il Brexit,
l’unica realtà è che la finanza propriamente detta, ha tutto da perdere da
confini e dogane. La finanza ama la globalizzazione e la libertà degli scambi.
All’indomani della Brexit si è levato un coro comune: Brexit sarà un disastro,
per noi italiani, per loro inglesi, per il mondo intero.
E’ stato sufficiente guardare il sito del
Corriere della Sera “Scozia pronti a bloccare l’uscita dalla Ue” d ancora “Si
rivoti, raccolte tre milioni di firme”. Affermazioni da partitella tra
adolescenti, se perdo, porto via il pallone. Subito appresso, “Nella roccaforte
operaia si chiedono: che cosa abbiamo combinato” e poi “Gli expat italiani, ora
non ci sentiamo più i benvenuti”, sottotitoli che ben esprimono il concetto,
della serie tutti pentiti, ma anche un po’ più razzisti. Infine “La previsione
di Soros, inevitabile una disintegrazione della Ue». Un bollettino di guerra,
dove vale tutto, anche il giudizio di uno speculatore noto proprio per aver
provato a disintegrare la Ue, il quale oggi ci impartisce la predica moralista
ed è stupendo che prima Repubblica, poi Il Corriere della Sera, lo consacrino
come un maitre à penser.
La realtà è che la finanza propriamente
detta, cioè l’industria delle banche, dei fondi, dei trader, quella tanto
odiata, fino a ieri, dal pensiero unico, ha tutto da perdere da confini e
dogane: ama, come chi scrive, la globalizzazione, la libertà degli scambi. Che
sono tipicamente immateriali e solo le barriere giuridiche e fiscali possono
scoraggiarli.
Invece di piangerci addosso e convocare e
auspicare vertici in cui si riaffermi la solita pappa della maggiore
integrazione, il governo italiano ha una strada spianata davanti a sé. Si batta
come un leone per infilarsi nel varco, ormai lasciato libero dagli inglesi.
Imiti le ragioni del loro successo come piazza finanziaria. Ascolti meno chi vuole piazzare i suoi traballanti fondi,
alle Cayman o in altri paradisi fiscali e dia retta a coloro che titolari di
piccole, medie e grandi imprese ha resistito ed ha difeso il lavoro italiano.
Una pattuglia coriacea tramortita da Mario Monti quando introdusse in Italia,
praticamente unica in Europa, una tassa sugli scambi finanziari, la famigerata
Tobin Tax che ha distrutto un’industria e comporta un gettito ridicolo sui 300
milioni annui. Il governo invece di piagnucolare ritorni sui suoi passi e
riduca le tasse, recentemente alzate, sulle rendite finanziarie. Annulli gli
incrementi dei bolli sui conti correnti.
Davanti a noi abbiamo un’opportunità, cerchiamo
di non lasciarcela scappare. È contraddittorio il fatto che il governo sia in
accordo con la finanza internazionale, da Hsbc a Barclays, per combattere
Brexit, ma dall’altra non faccia gioco di squadra con la nostra finanza per
cercare di portare in po’ di lavoro ad esempio nella city milanese. Difficile
credere che i grossi affari si spostino da Canary Wharf a Via Mike Bongiorno
(la sede a Milano di Hsbc e dei nuovi grattacieli dei grandi gruppi bancari, ma
può essere l’occasione buona per rendere più competitivi diversi settori
imprenditoriali del nostro paese, non solo le aziende di trasporto.

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