Al dolore con cui dovranno convivere per sempre le sette
famiglie italiane che, lo scorso marzo hanno perso una figlia nel tragico
incidente stradale, ora si aggiunge una crudele beffa dettata dal cinico
calcolo del rimborso delle assicurazioni che presumibilmente dovrebbero
chiudere la pratica.
Dalle valutazioni delle società assicurative coinvolte nella
quantificazione del risarcimento sul «capitale umano», ovvero il calcolo del
valore di una vita spezzata, in base ad alcuni parametri, varrebbero meno di
70mila euro le esistenze delle sette ragazze italiane, tutte studentesse
Erasmus in Spagna, rimaste uccise nello schianto di un bus sulla strada tra
Valencia a Barcellona lo scorso 21 marzo.
La cifra calcolata come indennizzo per i familiari, secondo
quanto riferito dai legali dell'assicurazione, dovrebbe essere decurtata del 25
per cento perché, secondo i regolamenti dell'istituto previdenziale chiamato a
risarcire, le vittime al momento dello schianto non indossavano la cintura di
sicurezza. In pratica, alle giovanissime, vittime innocenti di un errore
dell'autista, verrebbe contestato il concorso di colpa che, tuttavia, è ancora
da dimostrare. Non è bastato ai legali dell'assicurazione, l'ammissione
immediata di colpevolezza dell'autista del quinto bus della carovana che
tornava da una gita a Valencia: l'uomo aveva ammesso di aver provocato l'uscita
di strada e il capovolgimento del bus a seguito di un colpo di sonno,
confessando che nelle ore precedenti non aveva riposato e si era messo stanco
al volante.
«Quello che fa più male ha commentato l'avvocato Maria Cleme
Bartesaghi, portavoce della squadra di legali che assiste le sette famiglie
delle ragazze è che l'assicurazione spagnola, unilateralmente, abbia deciso di
portare questa sua posizione in giudizio prima ancora che l'inchiesta
accertasse come sono andate davvero le cose».
I familiari delle vittime non ci stanno e promettono
battaglia legale e il 22 luglio fonderanno l'associazione «Genitori generazione
Erasmus-Uniti perché non accada mai più», una onlus che già nel suo nome detta
lo scopo associativo.
Lo scorso 21 marzo furono tredici le vittime dello schianto,
di cui sette italiane. Uno dei cinque bus provenienti da Valencia, a circa
un'ottantina di chilometri da Barcellona, mentre percorreva il tratto Nord Est
dell'autostrada catalana nella regione di Freginals, improvvisamente iniziò a
sbandare per un colpo di sonno dell'autista. Il mezzo si ribaltò più volte
schiantandosi sul terrapieno adiacente. In quella che è stata definita «la
strage delle ragazze Erasmus» persero la vita Francesca Bonello, Serena
Saracino (in un primo momento gravemente ferita e poi deceduta nell'ospedale di
Tortosa, in Catalogna) Valentina Gallo, Elena Maestrini, Elisa Valent, Lucrezia
Borghi ed Elisa Scarascia Mugnozza. Oltre alle italiane su quel bus morirono
due tedesche, una studentessa dalla Romania, una dall'Uzbekistan, una dalla
Francia e una dall'Austria. Tutte le 13 vittime avevano tra i 19 ei 25 anni e
al momento dello schianto dormivano, dopo avere festeggiato «las Fallas», le
tipiche feste di fuochi d'artificio e luci di Valencia.
Non ci sentiamo di condannare, per quanto risulti colpevole,
il conducente dell’autobus. Chiunque sappia che cosa vuole dire guidare,
guidare per lunghi tratti di autostrada, con molte ore di volante alle spalle,
ben si renderà conto di quanto sia possibile essere colti da un colpo di sonno
a quell’ora del mattino. Per quanto sia da colpevolizzare il mancato rispetto
del riposo imposto per legge da parte del conducente, quella che non torna è la
posizione delle assicurazioni che dovrebbero tutelare i passeggeri. Crediamo
che nessuna cifra possa risarcire le famiglie delle vittime dal dolore procurato
dalla perdita di una figlia, tuttavia ci pare vergognoso il comportamento degli
istituti previdenziali coinvolti nella vicenda. Oltre ad esprime lo sdegno di
fronte al presunto epilogo di questa vicenda, ci pare ovvio suggerire ai periti
di parte di verificare se su quel quinto autobus della carovana tutti i
passeggeri avessero a disposizione le cinture di sicurezza ed esse fossero
funzionanti.

Nessun commento:
Posta un commento